Noi non ci siamo mai scattati un selfie (“piccolo sé”), anche perché il nostro cellulare, abbastanza antiquato, non lo permette. Se fosse possibile, ci liberemmo del cellulare: ma ciò – ed è abbastanza inquietante ammetterlo – non è possibile, de facto: esso non solo si è trasformato da mezzo in fine (qui confermandosi l’inanità di chi, non conoscendo la natura umana, blatera di “neutralità” dei mezzi), ma costituisce ormai una sorta di appendice corporea, agghiacciante preludio del “postumano” (o del “transumano”?). Tuttavia, il fenomeno del selfie risulta, nel suo banalmente abissale obbrobrio, di ragguardevole significato antropologico, “spirituale” e sociologico. Il “narcisismo digitale” costituisce il sintomo e il segno tra i più crassi di isolamento autocentrato, solipsismo elevato alla massima potenza, incapacità di ascolto, di visione e di attenzione (e quindi scarsa empatia, ovvero autentica psico-sociopatia): lo vediamo massime nella scuola, ove operiamo, e dove è divenuta difficile anche la semplice trasmissione di nozioni un tempo date per scontate. 

Una società liquefatta, fondamentalmente perché ricusante il principio di autorità (e, di conseguenza, i riti di iniziazione, religiosi e non, sostituiti in forma succedanea dai “nostri riti quotidiani”, che spesso non sono altro che automatismi, patologici e “terapeutici” ad un tempo), manca di ritmo: poiché manca di rito, ossia di ordine (questo indica il radicale *rta in sanscrito). I “social”, paradossalmente, generano incomunicabilità ed assenza di autentica relazione tra persone: trasferendo su di un piano “virtuale” e “immaginifico” un rapporto che è spesso maschera di un patetico soliloquio interiore. Avendo Occidente superbamente negato la dimensione “rituale” – sia in senso religioso che “sociale” -, esso si autoalimenta di una corrente venefica – invisibile, ma perfettamente operante, ed anzi in quanto tale ancor più efficace – che pervade gli états d’esprit “collettivi”.

Marx, quando parlava di alienazione, si esprimeva da demonologo. Egli aveva intuito l’abisso della società capitalistica, ora mutata in civiltà del capitalesimo: una teologia laicissima, tutta orizzontale, in cui tutti credono (mercatismo, scientismo, sionismo, immigrazionismo, psicologismo, efficientismo, etc.: in una parola, mondialismo). Ai dogmi della Chiesa non crede più nessuno, intimamente: e l’eucarestia degli psicofarmaci e degli ansiolitici è il succedaneo per eccellenza, in un contesto sociale mutatosi in una bolla astratta già implosa su se stessa, poiché strutturalmente priva di legami comunitari (per non parlare dell’orientamento alla trascendenza). E tuttavia, non ci sentiamo di condannare tout court certi ritrovati della medicina occidentale: che non sono certo l’optimum, ma che, oltre a molti danni (anche letali, per non parlare degli interessi privati in gioco), hanno anche salvato molte vite. Per un aspirante suicida, una seduta cognitivo-comportamentale è come un antistaminico per un malato terminale di cancro (lungi da noi, tuttavia, voler difender il business delle chemioterapie!). 

Vi è però l’altra faccia della medaglia, come insegna l’esperienza. Si può usare, per dire, WhatsApp come “terapia”: la barriera del medium protegge, lasciando esprimere ciò che difficilmente si proferirebbe vis à vis. In ultima analisi – e con analogia rispetto agli psicofarmaci oppure relativamente a certi rapporti che si nutrono di “distanza” -, a mali occidentali, rimedi occidentali. Dopo tanta ricerca, non ci sentiamo di poter affermare nulla di più: sconfortante, forse, ma almeno realistico. Come non si poteva uscire vivi dagli anni ’80, non si può uscire vivi (nel senso di una vita integra, piena di senso) dalla “civiltà occidentale”: si può sopravvivere, barcamenandosi a colpi di succedanei per il corpo e la mente (per lo spirito, ormai, c’è ben poco), tenendo sempre presente che, in questo caso, il contesto “metasociale” è una sorta di testo canonico, non scritto epperò ubiquamente onnipervasivo. 

Share →

7 Responses to Tra selfie e WhatsApp. Alienazione e trasformazione del veleno in farmaco – di Marco Toti

  1. Leone ha detto:

    La barriera del Medium protegge …un tempo si poteva raccontare segreti della propria vita ad uno / sconosciuto in treno : Sicuri che non lo si sarebbe rivisto più ….Ma oggi in treno ciascuno colloquia con se stesso …

  2. massimo ha detto:

    ma che ha detto?

  3. Valentina ha detto:

    Ma perché scrivere usando il plurale maiestatis??

  4. DANILO FABBRONI ha detto:

    OTTIMO ARTICOLO!”

  5. Augusto ha detto:

    Ottima analisi che, per lo 0,000… che valgo e conto, condivido al 100%. Mi gratifica il fatto di constatare che ci sono persone, anzi UOMINI, che spero non pochissimi, con un cervello dotato dal Creatore di sana RAGIONE. Un sincero grazie di cuore!! L.J.C.

  6. Valeria ha detto:

    Amazing.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

 caratteri disponibili

Tra selfie e WhatsApp. Alienazione e trasformazione del veleno in farmaco – di Marco Toti