“Mi ricordo soprattutto di quei tre amici: Matt, Jack, Leroy. Era il loro momento. Erano i più famosi, allora. Erano i re. La nostra famiglia reale. Questo era il loro regno…e la loro storia”. Agli amici

È da poco passato il quarantesimo anniversario dell’uscita di “Un mercoledì da leoni” (“Big Wednesday”, 1978, regia e cosceneggiatura di John Milius). Si tratta di un classico “cult movie”, che costituì un autentico “flop” al “box office”: ma che resiste, come tutti i classici, all’usura del tempo, riemergendo periodicamente e carsicamente anche per quanto concerne le influenze ed i “prestiti” che esso ha prodotto sulla cinematografia e sulla cultura (non solo statunitense, non solo “pop”).

Il film riesce nella fusione di respiro epico (a ciò contribuiscono la fotografia di Bruce Surtees e la musica, Basil Poledouris) e di tono intimista (la voce narrante di Robert Englund): l’uomo solo di fronte agli elementi costituisce la trasposizione visiva del tema della “condizione umana” occidentale, in un periodo, peraltro, centrale nell’ambito della storia degli Stati Uniti. La pellicola è infatti divisa essenzialmente in due parti (la prima più festosa, la seconda più nostalgica e amara, talora tragica, in corrispondenza con gli eventi storici), ma soprattutto scansionata da quattro grandi mareggiate (“big swells”), rispettivamente del 1962, 1965, 1968 e 1974. Buona parte delle scene è girata a Cojo Point, a ovest di Santa Barbara (California) le scene più spettacolari sono state girate alle Hawaii.

Tra i temi trattati, con particolare efficacia ma senza svenevolezze di sorta, l’amicizia virile quale autodifensivo “prolungamento dell’adolescenza” (“io facevo il surf perché è bello stare con gli amici”) ed il rapporto tra nostalgia e cultura statunitense, che interseca quello della “loss of innocence”: il film costituendo, in certo senso, un parto indimenticabile del genere “coming of age”. Si potrebbe parlare, al proposito, di un “realismo epico” e “intimista” (non nel senso di un ripiegamento su se stessi, ma anzi quasi, paradossalmente, in direzione opposta, “prometeica”). “Politicamente”, le scene iniziali, con la croce uncinata sul muro della spiaggia, e l’avversione di Jack allo sbandato cameriere hippie nel locale chiariscono che questa non è una pellicola “di sinistra” (nel mondo del “surf” agisce evidentemente una pulsione superomistica, oltre che una certa intransigenza di fondo).

Particolarmente commoventi la riunione dei tre protagonisti al cimitero, per ricordare un loro folle sodale morto in Vietnam (per far colpo sulle ragazze, Waxer si metteva ciambelle intorno al pene!), e le grandiose (anche da un punto di vista tecnico) scene finali: il “grande mercoledì” qui si manifesta come la sfida titanica di Jack, l’inquieto del gruppo, alla natura “vergine”. Egli, dopo essere rimasto ferito dalla furia degli elementi, passa significativamente la consegna a un giovane surfista, forse maturando definitivamente proprio con questa rinuncia, non facile né materialmente né simbolicamente.

I tre surfisti sono i cavalieri, quasi arcaici “re” nel mondo moderno, che si avvalgano di contemporanei destrieri (i “surfs”), di un “ethos” tragicamente virile e di un maestro, umile e disincantato (Bear, nomen omen), che passerà anch’egli dal successo alla dissoluzione “capitalistica” (il denaro come l’alcool per Jack: i due, non a caso, si incontrano per “fare affari”, mentre Matt andrà in Vietnam e Leroy a nord, senza metodo), per poi giungere infine alla vittoria defilata (“sono l’uomo delle pulizie”). Si è soli, spesso, a questo mondo: ma gli amici veri, che si portano nel fondo del cuore come tutte le cose belle, si ritrovano e sorridono insieme di ciò che è stato. Essi non tradiscono mai.

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3 Responses to “Un mercoledì da leoni”, storia di un’amicizia alla prova del mondo – di Marco Toti

  1. ivan ha detto:

    film mai visto, ma l’articolo mi ha incuriosito. Grazie!

  2. Cristiana ha detto:

    A 18 anni, quando uscì, vidi e amai questo film, ma… non ero veramente cattolica. Ora, sono sinceramente stupita del vederlo recensito ed elogiato su di un sito che stimo moltissimo. Non c’è nulla di male nel vivere nel nostro secolo e conoscere e confrontarsi con tutte le sue esperienze ed espressioni, umanamente ma non cattolicamente belle, soprattutto quando si hanno gli “anticorpi”. Ma definire ‘cavalieri’ dei giovani senza troppo senso morale né del dovere (infatti cercano di sottrarsi alla leva militare), senza altri ideali che quello di godersi la vita per come possono e cavalcare onde dell’oceano – pur se questo richiede una coraggiosa lotta con sé stessi – sinceramente mi sembra troppo.

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