KERKYRA. Uno passa gli ultimi due mesi a imparare (per l’ennesima volta) il neogreco, poi va a Corfù in vacanza e non ha niente da dire. Eppure di tempo ne avrebbe, dato che, in questa specie di Veneto meridionale che è un frullato di ulivi e cipressi neanche fosse uno Shiskin in vacanza, piove quasi sempre. Kerkyra, il nome ellenico dell’isola, è una delle isole Ionie della Grecia, un tempo territorio veneziano, e molto più di un tempo i suoi abitanti furono la causa primaria di quella Guerra del Peloponneso narrata da Tucidide. Una democrazia che corre in aiuto di un’oligarchia contro altri democratici: il primo esempio di Realpolitik che io conosca.

Oggi il suo aspetto non è quello della classica isola greca, brulla di biancoazzurro, ma è un panorama verdeggiante e ricco di molte belle (una volta) case costruite in stile italiano, oltre che degrado e povertà. Se il degrado è non aver denaro pubblico per raccogliere la spazzatura che si accumula per le strade fino ad ingombrare una corsia, o non aver denaro privato necessario a intonacare la casa, ormai scrostata, ma solamente a sufficienza magari per riscattare la targa dell’auto che era stata riconsegnata allo Stato in tempo di crisi per non pagar la tassa di circolazione, la povertà ha il volto umano di un vecchio segnato dalla vita, lo sguardo di chi le ha viste tutte e forse domani perderà la speranza.

Ma non oggi. Non è raro, infatti, incontrare sulla spiaggia pensionati ultrasettantenni intenti a vendere fette d’anguria o un cestino di ciliegie, strillando “melòn” neanche fossero ragazzini. Quegli stessi ragazzini nel frattempo spediti a casa dei nonni in campagna, dove almeno un’horiatiki, l’isalata greca, si rimedia sempre, e che patiscono la fame. Sono stimati in più di 430.000 i bambini poveri in Grecia, per loro non c’è inclusività, né accoglienza, né visibilità mediatica, né pappa e né Papa che tenga. Pagano l’amaro pedaggio dell’ingordigia dei propri padri, e noi Italiani, che siamo ben incamminati sulla stessa idiota via, dovremmo almeno averne compassione.

La politica dice altro. Parla coi numeri la politica, snocciola statistiche e percentuali, non quelle della kyrìa di casa che rimescola gli avanzi di una settimana per tirar fuori le polpette del savvato, ma quelle degli esperti con la casa al mare che cianciano ingrassando d’aria condizionata negli uffici degli Stati europei: «Contrordine compagni, la crisi è finita». E il compagno Tsipras, come aveva promesso, si è rimesso la cravatta. Ma la cravatta si sa, si allarga come si stringe. Se la sarebbe rimessa una volta finita la crisi, così ha fatto. In Grecia hanno trovato un politico di parola. Sono passati i tempi dei Papandreu e dei Karamanlis. I tempi delle spese pazze della Grecia degli anni ‘90, dei tassisti che si compravano alberghi, delle casalinghe che assumevano governanti bulgare e dei politici con le figlie racchie mantenute dal governo. Poi delle olimpiadi, un successo costosissimo, della vittoria agli Europei di football di Zagorakis, Karagounis e Dellas, e, infine, della Troika. Tutti ricordano la corsa agli sportelli della banca per ritirare i magri risparmi, file interminabili e accampamenti notturni a rotazione neanche fosse stata imminente l’invasione turca. D’altra parte un proverbio greco recita: «Bada alle tue cose e riuscirai a conservarne almeno la metà».

Ma non è vero che la crisi sia finita. Come ha detto in una recente intervista il più importante scrittore contemporaneo di lingua greca, Petros Markaris: «La Grecia soffre d’Alzheimer». Si è dimenticata di essere un paese povero. Da provincia dell’impero ottomano che fu è oggi una provincia della Germania. Anzi, una provincia (povera) di una colonia della Germania. Nonostante tutto, l’animo ellenico è sempre indomito (quanto incosciente): «il lunedì e il martedì la gente parla di Cipro e della “meghali idea”, mercoledì e giovedì discute animatamente sul tema di Skopje, e nei restanti giorni della settimana, dell’Egeo e degli sconfinamenti turchi, come se al mondo non ci fossero problemi più urgenti…». Per conto mio, a differenza dello scrittore costantinopolitano, sottoscrivo, – chi non parla ogni tanto della meghali idea? – più qualche discorso su come preparare meglio i ghemistà o la tiropita. Poi si sa, i Greci prendono la vita con calma, come diceva il mio benzinaio di fiducia (il più caro dell’isola) : “sigà sigà”. Piano piano si fa tutto. Per questo sono sopravvissuti per quattrocento anni agli Ottomani (quasi) senza perdere la propria identità.

I Greci sono rimasti Greci, con la loro flemma, i loro santi e le processioni. A Kerkyra capoluogo ho scoperto, andando a zonzo, che è conservato un importantissimo santo ortodosso venerato anche dalla chiesa cattolica – forse perché ortodosso, forse solo fortuna cronologica. Aghios Spiridion (270 – 348), ovvero San Spiridione di Trimitonte, vescovo. Pur avendo origini assai umili, i suoi erano pastori, divenne vescovo di una regione remota nella zona nord-orientale dell’isola di Cipro, Trimitonte (oggi Tremetousia) nei pressi di Salamina. Dio gli diede il carisma di guarire i malati e di cacciare via i demoni con una sola parola. Rimasto vedovo, per la sua vita santa fu fatto pastore di uomini. Ma, per la sua grande umiltà, anche da vescovo continuava a pascolare le pecore. Per questo nell’iconografia è sempre rappresentato con gli abiti vescovili, ma con il tipico berretto da pastore (oltre che con una piantina di basilico).

Una leggenda narra che un giorno, catturati dei ladri che avevano tentato di rubargli delle pecore, pregò con loro e, liberatili, donò loro un montone, così da non aver trascorso l’intera notte svegli invano.

È importantissima l’informazione secondo la quale Atanasio cita Spiridione tra coloro che mantennero posizioni ortodosse, in contrapposizione alle idee eretiche emerse al concilio di Sardica (oggi Sofia) del 343. Al Concilio di Nicea (325), pur non essendo un teologo, aveva spiegato l’unità e la diversità della Trinità tenendo un mattone, a quel tempo comunemente ritenuto una combinazione degli elementi fuoco, terra ed acqua; mentre parlava, il fuoco ha iniziato a divampare nella parte superiore del mattone mentre, nella parte inferiore, ha iniziato a sgorgare acqua; finito di parlare, nella sua mano era rimasta solo polvere. «La dottrina della Santa Trinità, centrale per la fede ortodossa, non è il risultato di speculazioni, ma la straripante esperienza di Dio».

Fu sepolto nella chiesa dei Santi Apostoli a Trimitonte. Il suo corpo, diventato un oggetto di meraviglia perché ancora oggi mantiene la flessibilità della carne viva, emana un dolce e soave profumo di basilico. Moltissimi miracoli sono attribuiti alla sua intercessione dinanzi al trono di Dio. La sua tomba, infatti, è divenuta luogo di pellegrinaggio. Per evitare che cadessero nelle mani degli infedeli maomettani furono trasportate prima a Costantinopoli e poi in Serbia. Ora si trovano nell’isola di Corfù in Grecia.  Egli è anche chiamato “santo che cammina” perché le pantofole di seta che ricoprono i suoi piedi si consumano ogni anno e sono sostituite il giorno della festa. Ed è proprio a Corfù che l’ho incontrato. Ho potuto toccare con la mia mano di peccatore la sua teca d’argento, avvertendo una sensazione di potenza difficile da spiegare, una specie di magnetismo da cui quasi non potevo staccarmi. Grazie Signore che hai voluto abbassarti a raccogliere la mia straordinaria ignoranza mandandomi dal tuo santo Spiridione, così da saperlo, e perché un giorno possa sperare di partecipare alla fragranza dei tuoi amici, come recita l’Ode 8 della liturgia del santo:

Santo di Dio, prega per noi

Circondando la tua urna veniamo ricolmati di indicibile fragranza, per questo, con fede a te gridiamo, o scelto da Dio, esaudisci le fervide preghiere e le suppliche di coloro che ti invocano.

Santo di Dio, prega per noi

Non tralasciare, o Spiridione, la supplica che il tuo servo a te rivolge con ardore ma supplica insistentemente il Signore di donarmi il perdono dei peccati che io, l’infelice, ho commesso.

Gloria…

Ecco, Padre, noi tutti abbiamo trovato in te il porto salvifico nelle tempeste della vita e con il cuore ti gridiamo: anche ora mostrati protettore degli Ortodossi e avversario dei barbari.

Ora e sempre…

Sono venute su di me, o puro, le difficoltà, le afflizioni, le angustie e le sventure della vita, e da ogni parte mi hanno circondato le tentazioni: vieni dunque vicino a me e soccorrimi con la tua protezione potente.

Non è bello essere turisti. Se proprio si deve viaggiare, vale la pena essere avidi esploratori. Camminatori come Belloc, osservatori come fanciulli. Pazientemente avidi di incontrare sguardi, stringere mani, perché ogni singola anima è un mondo intero. Per questo spesso si scopre che la realtà è molto più fervida della fantasia.

Uno arriva in Grecia per riposarsi, certo, per mangiare (la moussaka più buona dell’isola è senza dubbio quella del ristorante “Thalassa” sulla spiaggia di Aghios Gordios), ma anche per conoscere gente e praticare la lingua, poi scopre che i fratelli Greci non hanno poi molta voglia di parlare. E soprattutto, quelli che lo fanno rivelano una realtà che zittisce come la sospensione del campionato di calcio: così ha avuto la faccia tosta di dire il noleggiatore del furgone: «a Corfù all’otanta per tsento, tutti per Olympiakos». Endaxi, faccio buon viso a cattivo gioco come il commissario Charìtos, il personaggio di Markaris. Ma la prossima volta vado a Zacinto, dove son sicuro che “all’otanta per tsento”, conoscendo il campanilismo greco, saranno prassini come me.

Intanto, questa volta, stolido, ho trovato un tesoro.

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L’ESTATE DI RISCOSSA CRISTIANA – Vacanze in Grecia, tra la miseria di oggi e i santi di ieri – di Matteo Donadoni